Nella cucina, l’unica vera nudità è la purezza. Quella che nella nostra mente non esiste, quella che tentiamo di creare nell’arte. Quella visione della materia che, prima di tutto, ci liberi dai nostri peccati. Che non c’induca in tentazione. Ma il problema, tra i fornelli, non risiede mai nel cuore o nella mente. Sta nella lingua e nel palato. Gli occidentali distinguono quattro gusti, gli orientali (dicono) cinque: al dolce, al salato, all’amaro e all’aspro s’aggiungerebbe l’umami. Qualunque cosa sia, lasciamolo a loro, almeno per ora. Mi sono occupato soltanto di quattro tentazioni.
Questione di gusti
Il salato è forse il primo gusto a nascere nella coscienza, perché l’uomo non può vivere senza sodio. Il dolce ci salva dalla morte per inedia milioni di volte, indicandoci che, in natura, dove c’è zucchero c’è anche buon cibo per noi. L’amaro ci avverte dei pericoli e, se non lo temiamo, c’indica la medicina che guarisce. L’aspro c’insegna che la vita è fatta di dolori e dispiaceri, dischiudendoci il cuore alla malinconia dopo la scossa della disillusione.
Ecco, sono questi i veli che mi separano dalla nudità più vera.
Salato
Ho combattuto il salato annientando la vita, che sta nelle cellule che affrontano gli anni. L’ho rinnegato cancellando ricordi, sogni, passioni, fluidificandomi nel corso incontrollato dell’età. Quanto dimostro, dentro? Come tengo il conto dei giorni, se mi vanifico? Quando il sale dell’esistenza scompare, i numeri perdono d’efficacia e le forme si annebbiano in una quotidianità insistente e monotona, privandomi anche di questa tentazione. La tentazione di percepire un senso.
Dolce
Ho annientato il dolce osservandomi pensare e pensare e pensare a ogni azione, a ogni passo, a ogni sospiro, a ogni peccato che mi si poneva davanti, martoriandomi con il cilicio della colpa ogni volta che potevo, ogni volta che godevo anche di un respiro o di una dimenticanza. Così il mondo ha infine cominciato a perdere stupore. Mentre l’universo dimenticava le sue dimensioni e si squadernava uguale e insistente come un sipario inutile di pioggia, ho tagliato il capo anche a questa tentazione. La tentazione del piacere.
Amaro
Ho raggirato l’amaro impedendomi di guarire. Ho coltivato la malattia mia e degli altri attraverso pudori e giustificazioni. Ho ammassato aggettivi, sostantivi, predicati e interiezioni per perdermi nel labirinto dell’affanno, della disattenzione. Ho bloccato il cuore, i reni, ogni organo vitale dentro di me, in attesa di un farmaco che non sarebbe arrivato mai, mai sarebbe arrivato per tempo. Ma il tempo dell’attesa sarebbe stato infinito, E così, con la scusa di attendere il domani, ho disgregato anche la mia terza tentazione, quella dell’azione.
Aspro
L’aspro è stata la battaglia più dura, perché è il sapore del disinganno. E di disinganni, la vita, ne offre tanti, tutti utili per distruggere le precedenti tentazioni. Così l’ho aggirato, nutrendomi di sogni e fantasie a cui per primo non credevo. Fermandomi davanti a ciascuno di essi e cristallizzandolo nel tempo, illudendomi di volta in volta di percepire un senso, di provare un piacere, di agire finalmente per salvarmi e salvarci tutti. Ma non era vero nulla. Ho spezzato l’asprezza della vita sognando, vanificando anche l’ultima tentazione, quella della disillusione.
Nudo
Ora sono nudo davanti al mondo e la mia purezza è pari a quella di un’acqua tersa e insapore che esiste e non esiste, tra la consistenza e l’immaterialità, in bilico fra due mondi. Poiché la purezza dal peccato di vivere è l’unica nudità concepibile. Pura come l’acqua scaturita da una sorgente mistica e insensibile. Privata di ogni gusto, la nudità che voleva l’arte è qui: mai tentazione, né presenza, né assenza, ma unica umana scelta possibile. E davanti al suo bivio finalmente mi presento, per capire se è meglio il nulla o il desiderio del tutto.



