🎯 I momenti leggendari del Club delle Fattorie
Nascita del Club delle Fattorie: Alberto Del Buono abbandona la Fabbri Editori, Sandro Morriconi lascia la fotografia di moda per una fattoria senza telefono ed elettricità. A Pienza nasce il primo club enogastronomico per corrispondenza d’Italia.
Il Club vende la prima annata di Sassicaia (’68) e la prima di Tignanello (’71). Organizza la prima asta di vini pregiati a Pienza. Nasce un museo del vino che finirà a Villa Banfi.
Persino il giornalista ed enogastronomo Luigi Veronelli ammette di aver scoperto alcuni dei suoi migliori vini grazie a Del Buono e Morriconi. Per i vignaioli, comparire sul loro catalogo diventa una “laurea”.
Dal successo del Club nasce Bottega Verde (sempre di Morriconi): tre milioni di clienti, cento negozi, 250 miliardi di fatturato. Il seme piantato a Pienza germoglia ovunque.
L'intuizione profetica di una nuova storytelling del cibo
Erano gli anni Settanta del secolo scorso, quelli dell’austerity e della crisi petrolifera. Ma Alberto Del Buono – cugino di quello scrittore Oreste che fondò “Linus” – insieme a Sandro Morriconi avevano fatto i loro calcoli. Morriconi, ex giornalista e notissimo fotografo di moda con una “lucida preveggenza” sui tempi che sarebbero venuti, aveva già abbandonato la città per una fattoria senza luce né telefono, anticipando il boom del turismo rurale. [I figli hanno dedicato al padre un sito che ne racconta la straordinaria vita e le intuizioni pionieristiche]
La loro idea era davvero ante litteram: una piccola azienda che scegliesse il meglio della tradizione artigianale italiana e lo proponesse per corrispondenza, attraverso un catalogo che arrivava per posta come una rivelazione.
Non era certo nuovo il concetto di vendita per corrispondenza – erano i tempi di Postal Market e Vestro.
Ma Alberto e Sandro volevano fare altro: farci sapere che cosa si produceva davvero in Italia. Perché allora non bastava navigare in Google per scovare “centinaia di squisite raffinatezze, frutta e verdura conservate, miele grezzo, olio d’oliva ottenuto con macina di pietra da frutti raccolti a mano sulle piante”.
Furono parole che negli anni Settanta suonavano come quelle di Mosè che scendeva dal Sinai con le tavole della legge. Per la prima volta, il buono nostrano si faceva mitologia, religione. E quando Del Buono e Morriconi scoprivano vini di pregio, riuscivano a farli conoscere “senza strepito e senza spese, per canali sotterranei e discreti” – tanto che persino Luigi Veronelli, giornalista scrittore enogastronomo e chi più ne ha più ne metta, ammetteva di aver scovato alcuni dei suoi migliori grazie a loro.
Il miracolo di un catalogo
Come quel libriccino del Club delle Fattorie finì nella cassetta di casa mia resta un mistero. I miei erano operai, soldi per il voluttuario quasi non ce n’erano. Eppure, appena lo ebbi fra le mani, ne fui stregato. Quei testi così puliti e perfetti! Ogni vino, ogni whisky, ogni dolce era narrato, vissuto, scoperto, conquistato. C’era amore, fra quei paragrafi color paglierino che, scoprirò molto più tardi, sentendo Alberto Del Buono di persona, scriveva tutti di suo pugno il sempre più creativo Morriconi.
Presto sostituirono i romanzi d’avventura. Addio, Salgari! Benvenuto, Club delle Fattorie!
Leggevo e rileggevo la nascita del Tignanello, i whisky di puro malto delle regioni più esotiche della Scozia, le specialità toscane e siciliane. Ogni bottiglia era benedetta da racconti che bevevo come il miglior Salgari, sognando di essere tanto ricco da compilare quel modulo d’ordine che mi tentava come la caverna di Alì Babà.
Alla fine riuscii a mettere da parte dodicimila lire per il “pacco dell’invito al vino”: sei bottiglie a caso fra quelle invendute. Contai i giorni come a Natale. Avevo pronunciato il mio “Apriti, Sesamo”.
L'epifania della Malvasia
Pranzo di Natale. Di quel cartone di bottiglie che non osavo stappare ma solo contemplare, mi ero tenuto caro una Malvasia di Castelnuovo Don Bosco, descritta a catalogo come dolce e sublime, degna dell’etichetta col logo del Club delle Fattorie: quella corte esagonale di casette come cellette d’alveare.
Siamo tutti lì – io, mamma, papà, sorella – attorno alla tavola, a fine pranzo. Prendo il cavatappi, apro la bottiglia. E subito si diffonde per l’aria un sentore viola come di rose di bosco, nitido, seducente, così intenso da stordire. Resto di sale, come la moglie di Lot.
Mai avevo pensato che un vino potesse avere così tanto profumo. Non erano soltanto storie meravigliose: era qualcosa di fisico che accarezzava la parte più nascosta di te, la tua poesia interiore, e le dava significato, colore, volto. “Ma non lo sentite?” continuavo a gridare. “Non lo sentite anche voi le rose?”.
Cominciò lì. Un’epifania. Tutto ebbe inizio in quel momento e da allora non ho più smesso di dialogare con il vino e con la parte di me che esso solo sa risvegliare. La mia vita cambiò, grazie al Club delle Fattorie, anche se i soldi per quel catalogo non ne trovai mai più.
Ritorno a Pienza
Anni dopo, nel 1998, stavo cercando di organizzare il matrimonio tra me e Piera. Eravamo senza soldi, ma davanti alla vita che cambiava di nuovo avrei tanto voluto la presenza di chi già, tempo addietro, me l’aveva cambiata. In giro per il Chianti con Piera, a cercare cibo per il nostro buffet rigorosamente autoprodotto, ci ritrovammo a Pienza.
In Piazza Martiri della Libertà c’era un emporio che mi ricordava qualcosa. Entrai quasi incapace di guardare – temevo che la realtà distruggesse la fantasia – e chiesi a una signora se fosse quello il Club delle Fattorie. Mi confermò di sì, dandomi un piccolissimo catalogo, ombra di quello d’un tempo.
Ordinai per le nozze un Fiano di Avellino, un Vin Ruspo di Capezzana, un Moscato Fior d’Arancio. E le grappe dei Fratelli Marolo con etichetta personalizzata che sognavo da ragazzino. Il Club delle Fattorie fu presente anche alla seconda svolta della mia vita: non più autore, ma fedele amico.
L'amara consapevolezza
Solo alla chiusura definitiva del Club delle Fattorie compresi che l’azienda aveva resistito per decenni alle crisi economiche e alla pubblicità di massa. M’ero convinto che fosse ormai un dimenticato negozietto di provincia. Non era così, e mi sento colpevole per aver spartito con tanti la torta del silenzio.
Dubito che i miei pochi soldi o la mia flebile voce avrebbero potuto salvarlo. Ma in questi tempi in cui tutti si proclamano gastronomi dopo solo una puntata di Masterchef, risuona profetico l’ultimo monito di Alberto e Mara: “Non crediamo al trionfo del prodotto esclusivo di massa: è soltanto un’invenzione dei pensatori di pubblicità”.
Un’elegia arriva sempre troppo tardi, a bara chiusa. Ma almeno so che nella foresta dove quest’albero è caduto inosservato, questa volta c’ero e mi sono voltato allo schianto.
Se vuoi approfondire... ascolta il podcast!
La vera storia completa del Club delle Fattorie, con tutti i suoi segreti e le sue meraviglie, sarà raccontata in un podcast dedicato che approfondirà ciò che qui si può solo sfiorare: l’epopea di due visionari che cambiarono per sempre il modo di pensare la qualità in Italia.







