La strada dell’olio della mia cucina si dipana da Sesto Fiorentino a Morello, in un susseguirsi di stretti tornanti ed estemporanei rettilinei che sfumano in un battito di ciglia sul paesaggio dei colli fiorentini. Per tre generazioni la mia famiglia ha comprato qui l’olio che ancor oggi uso in tutti i miei piatti. Non perché sia il migliore, non perché gli altri non siano buoni. No. Uso l’olio di Morello perché è dentro di me e ci capiamo. Se ci addentate, abbiamo anche lo stesso sapore. Se ci spremete, versiamo nei nostri piatti le medesime lacrime, verdi, piccanti, pepate.
E il perché è semplice. Ci sono tre serie di impronte lungo quella strada: quelle di mio nonno, quelle di mio padre e infine le mie, che saranno le ultime.
Il respiro del Castellare
Tra Morello e la chiesina di Gualdo c’è un tratto di strada che ho sempre sentito chiamare il Castellare. Ero un bambino piccolo piccolo quando lo vidi trasformare, da sterrato ghiaioso qual era, in un ripido viale asfaltato. Il Castellare ti tagliava le gambe. Prima di affrontarlo, mio nonno, mio padre e io tiravamo sempre il fiato per qualche minuto, facevamo un lungo sospiro e tentavamo la scalata rallentando il passo estenuato ancor prima di partire.
Tutt’attorno a noi si estendevano i colli di Firenze, che potevi quasi toccare se non c’era troppa foschia, se in estate non svenivi dal sole battente e dal frinire incessante delle cicale. Le cupe candele dei cipressi. Il verde assolato dei prati che si coagulava in quello più folto dei boschi, che cangiavano in pietre e terra. Gli spruzzi gialli delle ginestre alla fine di maggio, i graffi carbonizzati delle ginestre ad agosto.
Le impronte del sangue
Scalando il Castellare sto attento a posare i piedi nelle orme di chi mi ha preceduto. Conosco tutto di loro: quando si fermano o non si fermano a prender respiro. Quando rinunciano stizziti al mozzicone che affatica il fiato. Quando si girano a guardare, per timore di perdermi, di lasciarmi indietro. Soltanto io non mi volto mai, lungo quella strada. Dietro di me non c’è nessuno. Non diventerò una statua di sale, non perderò per sempre Euridìce, ma neppure ci sarà un figlio che mi raggiunge. In nessun altro luogo al mondo, come in questo luogo, avverto la mia finitezza. E la fine della nostra strada, della nostra storia.
Il punto dell'universo
Qui, in questo preciso punto dell’universo, spirali d’acido deossiribonucleico si sono intrecciate per secoli per costruire una nuvola di coscienza, la mia, che ha interrotto la danza. Che ne sarà dell’uomo che ha bloccato il ballo dei cromosomi e delle generazioni, che non potrà mai voltarsi indietro scalando il Castellare? Me lo chiedo ogni volta che lo faccio.
Ogni volta che mi volto, intendo.
La frana e il volo
Perché, non appena con lo sguardo cerco ancora qualcuno o qualcosa, ogni verde delle colline precipita dentro i miei occhi e il canto degli insetti s’amplifica come una torcia nell’azzurro iridescente e la terra, l’asfalto, le scure rocce del monte, franano improvvise nelle mie vene e annegano nel mio sangue, affogando e affogandomi. E la strada dell’olio ricomincia a ballare la sua danza frenetica di un’estate sfrontata ed eterna, intrecciando ogni nucleo nascosto delle mie cellule con le foglie degli olivi che cangiano al vento. Con l’effetto Doppler innescato dalle rare auto che s’allontanano. Con gli atomi di carbonio che mi uniscono a questa terra e a tutta l’acqua che si cela fra le zolle e le migliaia di grilli che sviolinano alla notte. Con questa brezza che mi scorre attraverso e mi trasforma in un fantasma senza tempo, senza storia. Senza rimpianti. E la mia vita si comprime in un punto, poi si stende come un urlo affilato e ultrasonico, che dal cuore della terra sfreccia nella stella da cui sono nati gli atomi più pesanti del mio corpo. E la strada dell’olio, la mia strada, diventa la strada di tutti, che dal sole conduce attraverso il vuoto siderale a tutta questa vita che mi attraversa e penetra e che mi dice che, comunque vadano le cose, anche le mie orme saranno qui per sempre.
Il ritorno alla salita
Ma poi torno alla salita. Con gli occhi asciutti, senza nessuna illusione.
Eppure, per un istante.



